Rispetto al dibattito sul climate change, per anni si è parlato di siccità, alluvioni, ondate di calore come di “eventi estremi” o eccezionali. Il nuovo rapporto 2025 della FAO sui disastri in agricoltura smonta, con numeri alla mano, questa narrazione rassicurante. Tra il 1991 e il 2023 i disastri hanno provocato perdite per 3,26 trilioni di dollari nel settore agricolo, circa 99 miliardi l’anno, quasi il 4% del PIL agricolo mondiale. (FAOHome)
Non si tratta solo di denaro. Nello stesso periodo sono andati persi 4,6 miliardi di tonnellate di cereali, 2,8 miliardi di tonnellate di frutta e verdura e 900 milioni di tonnellate di carne e latticini. Tradotto, significa circa 320 kilocalorie in meno al giorno per ogni persona, l’equivalente di un pasto leggero che scompare quotidianamente dalla dieta potenziale dell’umanità. (FAOHome)
Il punto chiave, però, non è solo l’ordine di grandezza. È la tendenza. I disastri legati al clima – siccità, alluvioni, tempeste, ondate di calore, parassiti favoriti da temperature anomale – sono diventati più frequenti e intensi, come confermato dal Sesto Rapporto dell’IPCC (Gruppo di lavoro II) che parla di impatti “diffusi e in alcuni casi irreversibili” sulle comunità umane e sui sistemi alimentari. (IPCC) Non siamo di fronte a una sequenza di incidenti, ma a un nuovo sfondo strutturale: il clima instabile è ormai parte integrante del funzionamento normale dei sistemi agricoli.
Se il rischio cambia natura – da occasionale a strutturale – inevitabilmente deve cambiare anche il modo in cui lo guardiamo. Non basta più reagire all’emergenza: occorre riconoscere che la sicurezza alimentare, i prezzi al supermercato, la qualità di ciò che mettiamo nel piatto dipendono da un clima che non è più quello “di prima”.
Il clima nella lista della spesa
Il legame tra questo scenario globale e la quotidianità di chi va a fare la spesa non è immediato, ma è molto più diretto di quanto sembri. Un’ondata di caldo in una regione cerealifera, una serie di alluvioni in un’area ortofrutticola, una prolungata siccità in una zona zootecnica si traducono, qualche mese dopo, in oscillazioni dei prezzi, cambiamenti nell’offerta, scaffali meno prevedibili.
La stessa FAO parla di “effetti a cascata” dei disastri: non solo perdita di raccolto, ma impatti su infrastrutture, mercati, sistemi finanziari e servizi ecosistemici che sostengono l’agricoltura. (openknowledge.fao.org) In altri termini, un evento che colpisce un distretto agricolo a migliaia di chilometri può ripercuotersi sul costo della pasta, del latte, dell’olio o del caffè in un supermercato europeo.
Anche a livello europeo, il legame tra clima e cibo è ormai esplicito. Un briefing del Parlamento europeo del 2025 ricorda che, al di là delle crisi geopolitiche, il cambiamento climatico è il driver più costante di insicurezza alimentare nel lungo periodo, con impatti sull’intera catena: produzione, trasformazione, distribuzione, consumo. (Parlamento Europeo) Significa che una parte dell’inflazione alimentare e delle tensioni sul costo del carrello ha radici nei fallimenti di raccolto, nelle rese ridotte, nelle perdite post-raccolta causate da eventi estremi sempre più frequenti.
Per chi consuma, questo scenario si traduce in una quotidianità fatta di prodotti stagionali che cambiano calendario, qualità variabile delle materie prime, maggiore fragilità di alcune filiere “lunghe”. Il clima entra di fatto nelle nostre abitudini di acquisto, anche quando non ne siamo consapevoli.
Spreco alimentare, il paradosso nel mondo delle 320 kilocalorie perdute
C’è un aspetto che rende questo quadro ancora più difficile da accettare: mentre i disastri climatici “bruciano” cibo prima che arrivi sul mercato, una quota enorme di ciò che arriva fino a noi viene comunque sprecata.
Nei Paesi dell’Unione europea si buttano ogni anno oltre 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 chilogrammi per abitante. Più della metà (circa il 53%) viene sprecata nelle nostre case, il resto lungo la filiera tra produzione, industria, ristorazione e distribuzione. (Food Safety) A livello globale, stime recenti indicano che circa il 40% del cibo prodotto viene sprecato e che lo spreco alimentare è responsabile di circa l’8–10% delle emissioni globali di gas serra. (EEB – The European Environmental Bureau)
La Commissione europea stima che lo spreco alimentare rappresenti circa il 16% delle emissioni del sistema alimentare dell’UE. (Food Safety) In pratica, mentre il clima destabilizzato riduce la produzione, una parte rilevante delle risorse già utilizzate – terra, acqua, energia, lavoro – viene vanificata perché il cibo finisce in discarica, nell’umido o direttamente nel sacco dell’indifferenziata.
Messo accanto ai dati FAO, il paradosso è evidente. Da un lato, disastri che cancellano 320 kilocalorie al giorno a testa prima ancora che il cibo sia prodotto, raccolto o conservato. (FAOHome) Dall’altro, abitudini quotidiane che trasformano una frazione significativa di quello che arriva fino ai nostri frigoriferi in rifiuto, contribuendo a loro volta al cambiamento climatico che rende i disastri più probabili. È un circuito vizioso in cui il clima instabile riduce l’offerta, e il nostro modo di consumare amplifica l’instabilità.
Un problema per addetti ai lavori? Non più
Per molto tempo il cambiamento climatico è stato rappresentato come un campo di specialisti: scienziati, negoziatori, policy maker, esperti di energia e finanza sostenibile. Oggi questa separazione non regge più. Il Sesto Rapporto IPCC parla esplicitamente di impatti “già osservati” su tutte le regioni del mondo e di circa 3,3–3,6 miliardi di persone altamente vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale. (Wikipedia)
Quando si entra nel dettaglio dei sistemi alimentari, il quadro è ancora più concreto. Secondo l’IPCC, un riscaldamento di 2 °C comporta impatti “molto significativi” sulla produzione alimentare globale e aumenta il rischio di insicurezza alimentare; oltre i 4 °C, il rischio per la sicurezza alimentare mondiale diventa critico. (IPCC) Non sono scenari tecnici, ma condizioni che influenzano direttamente l’accessibilità del cibo, la qualità delle diete, la stabilità dei prezzi.
In questo senso, il cambiamento climatico è già un tema quotidiano, anche se il linguaggio con cui ne parliamo spesso lo relega a una sorta di “notizia di settore”. Ogni volta che un consumatore trova un prodotto decisamente più caro del solito, legge di una crisi delle forniture di riso o di cacao, sperimenta un inverno senza neve in montagna o un’estate con restrizioni idriche, sta già facendo esperienza – parziale, frammentata – di cosa significa vivere in un mondo dove il rischio climatico è strutturale.
Un giorno qualunque in una cucina qualunque
Immaginare il cambiamento come qualcosa di lontano nel tempo o nello spazio rende facile rimandare. Per rendere più concreto il quadro, può aiutare una scena volutamente semplice.
È una sera qualsiasi. In cucina si prepara la cena, magari dopo una giornata piena. Dal frigorifero escono verdure un po’ appassite comprate in offerta “perché prima o poi servono”, una vaschetta di carne prossima alla scadenza, avanzi di giorni precedenti dimenticati in fondo a un ripiano. Qualcosa finisce in padella, qualcos’altro direttamente nel bidone dell’umido, accompagnato da un mezzo sorriso rassegnato: “Pazienza, è andata”.
Ora si torna ai numeri. Quelle verdure, quella carne, quel piatto avanzato sono il risultato di un sistema che ha occupato terreno agricolo, consumato acqua, emesso gas serra, attraversato disastri più o meno visibili lungo la filiera, gestito trasporti, conservazione, logistica. Una parte di quel sistema, nel frattempo, è stata messa in crisi da eventi climatici estremi che hanno ridotto la disponibilità complessiva di cibo nel mondo.
Quando quel cibo finisce nella pattumiera, non si spreca solo un bene alimentare, ma si allunga ulteriormente la distanza tra ciò che il sistema alimentare potrebbe garantire e ciò che effettivamente garantisce. E, di riflesso, si alimenta il cambiamento climatico che rende i disastri agricoli più probabili. È un cerchio che, a scala planetaria, riassume bene perché non ha più senso parlare di clima come di una questione “per esperti”.
Abitudini da cambiare in un mondo di rischi strutturali
Se si accetta che i disastri non sono più eccezioni, allora anche le nostre abitudini non possono restare le stesse. Non si tratta di trasformare ogni persona in climatologo o analista di filiera, ma di riconoscere che le scelte quotidiane – cosa compriamo, quanto, come conserviamo, cosa consideriamo “normale” buttare – sono parte del problema e, potenzialmente, della soluzione.
Un primo passaggio riguarda il rapporto con la programmazione. In un contesto in cui il cibo è più esposto a shock di prezzo e di disponibilità, pianificare meglio la spesa, ridurre gli acquisti impulsivi, prestare attenzione alle porzioni servite a tavola non è solo un gesto di economia domestica: è un modo per non trasformare una risorsa già sotto pressione in rifiuto. Le stesse istituzioni europee calcolano che ridurre lo spreco alimentare potrebbe far risparmiare in media tra 220 e 720 euro l’anno per famiglia, oltre a diminuire le emissioni e mitigare i prezzi di alcuni prodotti. (Centro Ricerca Congiunta)
Un secondo passaggio riguarda la percezione del valore. Se il cibo continua a essere percepito come “sempre disponibile”, la tentazione di accumulare e buttare resta alta. Inserire nei messaggi educativi, scolastici e mediatici il legame tra disastri climatici, perdite agricole e spreco domestico può aiutare a ricostruire un’idea di valore più aderente alla realtà: ogni prodotto che entra in casa è passato attraverso una serie di vulnerabilità che non possiamo più permetterci di ignorare.
Un terzo ambito è quello delle scelte alimentari più strutturali. Il sistema agroalimentare – produzione, trasformazione, distribuzione, trasporti, imballaggi – è responsabile di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra. (Wikipedia) Ridurre gli sprechi, orientarsi verso diete leggermente meno intensive in termini di emissioni (ad esempio moderando il consumo di carne, specie se altamente impattante), preferire quando possibile prodotti stagionali e filiere trasparenti significa intervenire su un pezzo importante del problema climatico, non solo “sulla carta”, ma nella pratica.
Il clima come criterio di quotidianità, non solo di policy
Le politiche esistono: dall’European Green Deal agli obiettivi ONU sul consumo responsabile (SDG 12), passando per le proposte di target vincolanti di riduzione dello spreco alimentare al 2030. (Food Safety) Ma nessun quadro normativo, per quanto ambizioso, può compensare un sistema di abitudini personali e collettive che continua a considerare il clima come uno sfondo neutro e il cibo come qualcosa di scontato.
La lettura del rapporto FAO sui disastri in agricoltura offre un’occasione per cambiare lente. Quei 3,26 trilioni di dollari di perdite non sono solo un tema per ministeri e organizzazioni internazionali; sono il conto, già maturato, di un mondo in cui il clima instabile è entrato nelle filiere che riempiono i nostri carrelli. (FAOHome)
Trattare i disastri come eventi eccezionali permette di tirare un sospiro di sollievo tra un’emergenza e l’altra. Riconoscerli come sintomo di un rischio strutturale, invece, obbliga a domande più scomode: che cosa possiamo cambiare, nel nostro modo di produrre e consumare, per non alimentare ulteriormente quel rischio? Quanto spazio vogliamo lasciare allo spreco in un mondo in cui 320 kilocalorie al giorno per persona vengono già “bruciate” dai disastri climatici prima ancora di arrivare sui mercati?
Sono domande che non riguardano solo le imprese agricole, l’industria o i regolatori europei. Riguardano chiunque abbia in mano una lista della spesa, apra un frigorifero, decida se cucinare un avanzo o gettarlo via. In un mondo in cui il clima instabile è diventato la normalità, anche queste scelte minime smettono di essere dettagli e diventano parte del modo in cui rispondiamo – o non rispondiamo – a un cambiamento che, ormai, ci riguarda tutti.


