In questi tempi di crisi multiple — climatica, ecologica, sociale e anche personale — molte persone provano un dolore sordo e persistente, ciò che a volte chiamiamo “ecoansia” o “lutto climatico”. Non è una patologia, ma una risposta sana a un mondo malato.
Alcune fonti, come l’indagine globale pubblicata su The Lancet nel 2021, hanno mostrato che il 75% dei giovani (16-25 anni) considera il futuro spaventoso e che il 45% sente la propria vita quotidiana condizionata dalla preoccupazione climatica. Nel frattempo, associazioni come l’American Psychiatric Association rivelano che oltre la metà della popolazione statunitense si dice inquieta per gli effetti del cambiamento climatico sulla salute mentale. Questi dati confermano che il dolore che proviamo per la Terra non è un “problema individuale”, ma una risposta legittima al divario tra ciò che sappiamo (la crisi è reale e urgente), ciò che sentiamo (dolore, frustrazione, persino rabbia) e ciò che ci si aspetta che facciamo (proseguire con una vita “normale”).
Ora, come passare dalla paura paralizzante a una speranza attiva e trasformativa?
Riconnettere corpo, comunità e Terra
Un punto essenziale è capire che il lutto per la Terra non equivale alla resa: riconoscere ciò che si è perduto (specie, paesaggi, certezze, ecc.) e “attraversarlo” può aiutarci a mobilitare energie e impegni profondi. Come mostra la ricercatrice e divulgatrice Britt Wray nel libro Generation Dread, onorare le emozioni suscitate dalla crisi ambientale, lungi dall’affondarci, può spianare la strada all’azione collettiva.
Allo stesso tempo, affrontare il cambiamento climatico in chiave “interiore” non significa ripiegarsi su di sé né disinteressarsi della società. Implica piuttosto un cambio di prospettiva, sottolineato da molte correnti della psicologia e dell’educazione trasformativa: abbiamo bisogno di riconnetterci con noi stesse e noi stessi, con la comunità e con la Terra:
- Il corpo: praticare autoregolazione, autocura e consapevolezza delle emozioni (meditazione, respirazione consapevole, contatto con la natura, ecc.). Queste pratiche possono liberare l’ansia accumulata e aiutarci a non restare intrappolati/e nella paralisi o nella disperazione.
- La comunità: ricordare che non siamo soli né sole. Gruppi di quartiere, reti di orti urbani, associazioni culturali e di volontariato — o spazi più informali come i “caffè del lutto climatico” — offrono legami di sostegno e motivazione. Condividere le nostre inquietudini con altre persone può alleggerire il carico emotivo e generare legami più forti per agire.
- La Terra: non contemplarla unicamente come “risorsa”, ma come un essere vivente che abbiamo bisogno di curare. Ciò implica, in concreto, cercare stili di vita e di lavoro più sostenibili (mobilità attiva, acquisti locali, riduzione dei rifiuti, tra gli altri), ma anche coltivare una dimensione etica o persino spirituale che ci ricordi l’interdipendenza con tutti gli esseri.
Dal lutto all’azione: piccoli gesti, grande impatto
Spesso pensiamo che le soluzioni al cambiamento climatico siano esclusivamente nelle mani di governi e grandi imprese. Pur essendo responsabili di politiche e azioni su larga scala, anche i nostri gesti quotidiani e le pratiche di comunità contano. Per esempio:
- Progetti di mobilità e cura sociale: iniziative come Cycling Without Age (presente in oltre 50 paesi) mostrano come qualcosa di semplice, come accompagnare in triciclo persone anziane o con mobilità ridotta, riconnettendole con la città e la natura, possa influire positivamente sulla salute mentale e sulla coesione sociale. Il loro impatto sulla sostenibilità va oltre la riduzione delle emissioni: rafforzano l’empatia intergenerazionale e la sensazione che ci “importiamo” a vicenda, riducendo al contempo l’uso di veicoli inquinanti.
- Educazione alla trasformazione: diversi programmi nelle università e nelle scuole, come Climate Wayfinding, offrono spazi in cui studenti e docenti dialogano su domande vitali — “Cosa posso fare? Come sostengo la mia speranza?” — che talvolta l’accademia tradizionale non affronta con la necessaria profondità emotiva. Iniziative come la Guida per docenti sulle emozioni climatiche sottolineano l’urgenza di integrare l’impatto emotivo del cambiamento climatico nella didattica.
- Comunità di cura collettiva: dalle cerimonie di lutto climatico (come quelle guidate dalla scienziata e maestra zen Kritee Kanko in Colorado) ai gruppi di volontariato ambientale e alle reti di quartiere per piantare alberi o condividere alimenti agroecologici. Queste comunità generano appartenenza e riducono l’ansia individuale, trasformandola in forza collettiva.
Sentire per guidare
La crisi climatica richiede soluzioni esterne urgenti: cambiamenti nelle politiche energetiche, riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, rigenerazione dei suoli, protezione della biodiversità, ecc. Ma, allo stesso tempo, esige una trasformazione interiore che metta in discussione i nostri valori, abitudini e narrazioni di consumo, come segnala la ricerca IMAGINE sustainability (Ives et al., 2023). Solo così potremo sostenere nel lungo periodo la volontà e la creatività necessarie per invertire l’inerzia del collasso.
Qui la dimensione spirituale — o almeno la profondità emotiva — acquista rilevanza: “sentire” il dolore per la Terra non è debolezza, ma un invito alla cura. Come recita la frase attribuita a James Gustave Speth, i maggiori problemi ambientali (egoismo, avidità, apatia) non si risolvono con i dati scientifici né con soluzioni tecnologiche, bensì con una trasformazione spirituale e culturale.
Speranza attiva
Non si tratta, quindi, di edulcorare la realtà o negare la nostra ansia: riconosciamo la magnitudine della crisi, piangiamo ciò che si perde e, nonostante tutto, ci allineiamo per agire con impegno e tenerezza. Avere una “speranza attiva” (o active hope, nelle parole dell’ambientalista Joanna Macy) significa continuare a piantare semi di cambiamento, per quanto modesti, e tessere reti di cura per sostenerci a vicenda.
Piccole azioni come accompagnare in triciclo una persona anziana, organizzare un orto di quartiere o proporre in classe un dialogo sulle emozioni climatiche forse non cambieranno il mondo nell’immediato, ma possono trasformare il nostro modo di starci dentro e rafforzare uno spirito collettivo capace di spingere trasformazioni più grandi.
Vivere il cambiamento climatico come un lutto non implica rassegnarsi, ma aprire uno spazio per sentire e condividere l’angoscia e la tristezza per ciò che si sta perdendo, per poi convertire quel dolore in azione. Lungi dal ripiegarci su successi o vanti personali, ciò che conta è riconoscere che queste emozioni — “ecoansia” o “lutto climatico” — segnalano una disconnessione che va sanata. Possiamo ritrovarci nella cura reciproca e nella relazione con la Terra stessa e, a partire da lì, promuovere azioni rigenerative, collettive e portatrici di speranza.
Alla fine, se c’è qualcosa che il lutto ci insegna è che non siamo soli: abbiamo bisogno gli uni degli altri per attraversarlo e, si spera, per spingere insieme quella trasformazione — sociale, culturale, politica e spirituale — che tanto desideriamo.


