Perché Vinted ci racconta la (non) sostenibilità

C’è un passaggio della vita familiare che rende evidente il rapporto distorto con gli oggetti: la crescita dei figli nei primi mesi. Body, tutine, culle, sdraiette, ovetti, sacchi nanna: tutto serve, ma per pochissimo tempo. Una madre che compra e rivende su Vinted scopre presto un paradosso quotidiano. Trova capi praticamente nuovi a prezzi minimi, perché la fase d’uso è stata brevissima; li usa per qualche settimana e poi li rimette in vendita a importi ancora più bassi. In pratica, la piattaforma diventa un nastro trasportatore che sposta oggetti quasi intatti da una casa all’altra. È comodo, fa risparmiare, sembra coerente con le buone intenzioni del riuso. Eppure, a un certo punto, la sensazione cambia: da “circolarità” a “mercato dell’inutile”, così pieno di cose da risultare perfino fastidioso. Non perché manchi la funzione, ma perché abbonda l’offerta superflua.

Perché Vinted esplode proprio adesso


Il successo delle piattaforme di second hand non nasce nel vuoto. Crescono perché intercettano due spinte: il bisogno di prezzi accessibili e la sovrapproduzione strutturale del sistema moda. I numeri recenti aiutano a mettere a fuoco. Nel 2024 Vinted ha registrato ricavi consolidati per 813,4 milioni di euro, in aumento del 36% sul 2023, con un utile netto salito a 76,7 milioni di euro; nello stesso anno ha esteso il marketplace a nuovi Paesi europei. Sono dati aziendali ufficiali, confermati anche dalle principali agenzie stampa internazionali. (company.vinted.com)

Questa dinamica economica si appoggia su una base materiale semplice: siamo circondati da oggetti poco usati. Le camerette dei neonati lo mostrano senza filtri: lassi d’uso brevissimi, qualità spesso buona, propensione a “liberarsi” in fretta per spazio e praticità. L’abbondanza, non la scarsità, è il motore del second hand. Il prezzo stracciato non è un favore: è il segnale di un eccesso a monte.
Prendiamo un caso tipico. Un trio passeggino-ovetto entra in casa a ottobre, rimane centrale fino a gennaio, poi diventa ingombrante. I body 0–3 mesi si usano qualche settimana, poi restano immacolati in un cassetto. I giochi prima età affascinano tre volte, poi finiscono in fondo alla cesta. La piattaforma funziona come valvola di sfogo: comprare usato, rivendere subito. È razionale, persino virtuoso, finché non scatta la domanda: perché abbiamo così tante cose da muovere così in fretta?


Il continuo “comprare a poco e rivendere a meno” racconta il deprezzamento accelerato tipico dei beni d’uso breve. Più il bene è standardizzato e facilmente sostituibile, più il suo valore crolla una volta aperta la scatola. In un mercato saturo, anche oggetti in ottime condizioni competono con migliaia di equivalenti. È la prova di uno scarto tra quanto produciamo (e acquistiamo) e quanto effettivamente utilizziamo. La piattaforma, in questo senso, non crea l’insostenibilità: la rivela.

Due conseguenze operative emergono. La prima: il second hand diventa conveniente perché l’offerta è enorme e continua ad alimentarsi. La seconda: la sensazione di “mercato dell’inutile” non è un capriccio, ma una reazione a un flusso di beni che si muove senza una reale necessità corrispondente. La circolarità percepita si incrina quando l’esperienza di uso assomiglia a un trasbordo continuo da una casa all’altra.

I dati europei su tessile e rifiuti


Il quadro macro conferma l’intuizione domestica. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che nell’UE si generino circa 6,95 milioni di tonnellate di rifiuti tessili in un anno, pari a circa 16 kg pro capite: solo una parte viene raccolta separatamente per riuso o riciclo, mentre il resto finisce nei rifiuti indifferenziati. (Agenzia Europea dell’Ambiente)

Non è solo un tema di volumi. Il consumo di prodotti tessili in Europa esercita, in media, la quarta pressione più alta su ambiente e clima, dopo alimentazione, abitazione e mobilità. Questo significa che la quantità di capi che immettiamo e spostiamo – nuovi o usati che siano – ha un peso ambientale che non può essere ignorato. (Agenzia Europea dell’Ambiente)

Sul fronte delle regole, l’Unione europea ha reso obbligatoria, dal 2025, la raccolta differenziata dei rifiuti tessili in tutti gli Stati membri, con l’obiettivo di favorire riuso e riciclo. L’Italia ha anticipato questa scadenza, introducendo l’obbligo già dal 1° gennaio 2022. Sono passaggi chiave: senza raccolta dedicata non c’è filiera di selezione, riutilizzo e riciclo che tenga. (europarl.europa.eu)

Nel 2025 è arrivato anche un tassello atteso: la revisione mirata della Direttiva quadro rifiuti, che introduce in Europa la responsabilità estesa del produttore (EPR) per il tessile. In sostanza, chi immette sul mercato abiti e calzature dovrà contribuire economicamente alla raccolta, selezione e riciclo dei capi a fine vita. È un cambio di responsabilità che promette di spostare l’attenzione “a monte”, nella progettazione e nei volumi, non solo “a valle” nella gestione dei rifiuti. (Environment)

La “circolarità facile”


Per molto tempo l’idea di rivendere un capo è sembrata la quadratura del cerchio: l’oggetto trova una seconda vita, si evita un acquisto nuovo, si riduce l’impronta. In parte è vero, e le stime comunicate dalle stesse piattaforme indicano benefici climatici potenziali quando l’usato sostituisce il nuovo. Ma qui sta la condizione decisiva: la sostituzione reale. Se il second hand si somma agli acquisti nuovi – o li moltiplica grazie al prezzo basso – il risultato ambientale rischia di essere neutro o addirittura peggiorativo. Anche Vinted, nelle proprie comunicazioni, quantifica le emissioni evitate quando l’acquisto usato rimpiazza quello nuovo. È un segnale utile perché sposta il fuoco dall’atto di rivendere al comportamento complessivo di consumo. (company.vinted.com)

Un’obiezione possibile è che il second hand permetta l’accesso a chi altrimenti comprerebbe comunque nuovo a basso costo. In parte accade. Tuttavia, la percezione del “mercato dell’inutile” nasce proprio dalla scala: quando ogni categoria è ipersatura, la probabilità che una borsa o una tutina usata evitino davvero un acquisto nuovo si riduce. Il rischio è il rimbalzo psicologico: “tanto poi lo rivendo”, che abbassa la soglia d’ingresso per nuovi acquisti.


Per rendere coerente l’intenzione con l’effetto, serve una forma di scarsità autoimposta: comprare usato al posto di nuovo, e meno oggetti in assoluto. Le piattaforme possono aiutare – ricerca mirata, alert, budget – ma la leva determinante resta la scelta a monte. Nelle famiglie con bambini piccoli questo si traduce in corredi più essenziali, maggiore ricorso al prestito tra amici e parenti, preferenza per oggetti modulari o regolabili che coprono più fasi di crescita. In pratica, meno transazioni, meglio selezionate.

Vinted come termometro


Attribuire alla piattaforma la colpa dell’insostenibilità è rassicurante ma impreciso. Vinted funziona perché intercetta un giacimento di valore residuo in oggetti poco usati; il punto è che quel valore esiste perché abbiamo comprato troppo prima. I dati regolatori – dalla raccolta obbligatoria dei tessili all’EPR – mirano infatti a intervenire sul sistema: ridurre gli sprechi, spostare costi e responsabilità, migliorare la progettazione dei capi per facilitarne riuso e riciclo. È una strada necessaria, ma lenta; nel frattempo, il mercato dell’usato continuerà a crescere, alimentato da motivazioni economiche e da una disponibilità di prodotti che non accenna a diminuire. (Environment)


Che il fenomeno sia ormai mainstream lo dimostrano i conti aziendali. Nel 2024 i ricavi e la redditività di Vinted sono aumentati in modo significativo, mentre l’azienda ha ampliato le categorie e i Paesi serviti. Il messaggio, al netto delle differenze tra mercati e piattaforme, è chiaro: l’usato è diventato un canale ordinario, non un’alternativa di nicchia. (company.vinted.com)


Tre fattori spingono a prendere sul serio questa “lezione” quotidiana. Primo: i volumi. I 16 kg pro capite di rifiuti tessili annui stimati dall’EEA non sono un dettaglio statistico, ma un carico fisico che si traduce in costi ambientali e logistici. Secondo: la pressione climatica e di risorse del comparto tessile, quarta in Europa tra le categorie di consumo. Terzo: l’evoluzione regolatoria, che chiede a imprese e territori di attrezzarsi per raccolta, selezione, riuso e riciclo in tempi rapidi. Tutti elementi che convergono nell’indicare la stessa direzione: ridurre i flussi in ingresso. (Agenzia Europea dell’Ambiente)


Per una piccola impresa, soprattutto in filiere moda e arredo, questo quadro non è un dibattito teorico. Significa rivedere assortimenti e lanci, progettare capi smontabili e riparabili, valorizzare materiali mono-fibra, ripensare il post-vendita con servizi di riparazione o ritiro. Significa anche misurare la reale “sostituzione” indotta da eventuali canali di resale proprietari: se l’outlet dell’usato spinge nuovi acquisti senza rimpiazzarli, l’effetto netto rischia di essere controproducente. Dal lato dei territori, l’anticipo italiano sulla raccolta differenziata dei tessili dal 2022 dovrebbe trasformarsi in filiera industriale: impianti di selezione, standard di qualità per il riutilizzo, sbocchi certificati per il riciclo. (SNPA)

Un “Black Mirror” che aiuta a fare chiarezza


La sensazione di “mercato dell’inutile” non va respinta: va ascoltata. È il campanello che segnala un eccesso di disponibilità rispetto ai bisogni reali. Se a volte scoccia vedere l’ennesima inserzione uguale alla precedente è perché, in fondo, sappiamo che non ci serve. Il fastidio è un indicatore: ci dice che l’asticella del “necessario” si è alzata troppo in fretta, sorretta da abitudini di acquisto che delegano al futuro – a una rivendita facile – la responsabilità di scegliere meno oggi.

A ben guardare, qui sta la buona notizia. L’uso consapevole di Vinted può aiutare a “misurare” il desiderio reale: si cerca solo ciò che serve davvero, si attende qualche giorno, si controlla se esiste già usato in zona, si evita il rimbalzo impulsivo verso il nuovo. E, soprattutto, si scopre che si vorrebbe molto meno. Il valore del second hand non è nel numero di transazioni, ma nella capacità di comprimere il numero di oggetti in circolazione pur garantendo le stesse funzioni. Se dopo qualche mese casa è più vuota – e non perché gli oggetti sono altrove, ma perché si è scelto di comprarne meno – allora la piattaforma ha svolto il ruolo migliore: non farci sentire virtuosi, ma aiutarci a vedere l’eccesso.

Che fare?


Sul piano delle politiche pubbliche, la nuova cornice europea sull’EPR per il tessile prova a riassegnare i costi del fine vita e a spingere l’eco-progettazione. Sarà decisivo come verrà implementata nei diversi Paesi e quanto rapidamente nasceranno standard e impianti di selezione e riciclo all’altezza dei volumi in gioco. Nel frattempo, i dati di mercato indicano che il second hand continuerà a crescere perché è più economico e più accessibile. L’esito ambientale dipenderà dalla capacità collettiva – famiglie, imprese, piattaforme – di far coincidere quell’acquisto usato con la rinuncia a un capo nuovo. (Environment)

Per una famiglia, soprattutto nei primi anni di vita dei figli, l’obiettivo pratico è sorprendentemente sobrio: verificare se l’usato sostituisce davvero, allungare il tempo di impiego di ogni oggetto, condividere di più e comprare di meno. Per le imprese, conviene leggere Vinted per ciò che è: un termometro che misura la febbre dell’abbondanza. Se la febbre resta alta, lo sbocco non è produrre ancora di più confidando nel resale, ma ripensare i volumi, i materiali e i servizi in modo che l’oggetto nasca per durare e circolare meno.

Vinted non ci spiega solo come vendere “quello che non usi più”. Ci mette davanti a un’evidenza: usiamo poco troppe cose. Riconoscerlo non è deprimente; è il primo passo per invertire la rotta. E la cosa più interessante è che la tecnologia, quando smette di farci correre e inizia a farci vedere, diventa alleata di una scelta radicale nella sua semplicità: volere meno, usare meglio.

more insights

Torna in alto